A Berlino ci sono luoghi che sembrano appartenere a un’altra città.
Non perché siano nascosti chissà dove, ma perché sopravvivono in mezzo alla città nuova, quella delle boutique, dei ristoranti alla moda e dei cortili impeccabilmente restaurati. Uno di questi luoghi si trova nel cuore di Mitte, al civico 39 di Rosenthaler Straße.
Basta attraversare il portone di Haus Schwarzenberg per avere la sensazione di aver lasciato Berlino alle spalle.
Qui i muri non sono stati ripuliti, non sono stati restaurati per cancellare le tracce del tempo. Al contrario: il tempo è diventato parte dell’architettura.
E al fondo del complesso, tra cortili, graffiti, atelier e installazioni, sopravvive anche il Kino Central, uno dei piccoli cinema indipendenti più caratteristici della città.
Un portone che racconta una città
La trasformazione comincia ancora prima di entrare nel primo cortile.
L’androne è un tunnel stretto e quasi psichedelico, ricoperto da una quantità impressionante di adesivi, manifesti, stencil, tag e locandine di concerti. Le superfici sembrano non avere più un centimetro libero.
Ma la cosa più interessante è che questo caos non è un reperto del passato. È ancora vivo.
Gli adesivi vengono continuamente aggiunti, strappati, coperti e sostituiti. Una band lascia il proprio sticker accanto a quello di un artista, un messaggio politico finisce sopra una vecchia locandina, qualcuno ricopre tutto con un nuovo disegno.
La parete diventa così una sorta di diario collettivo della controcultura berlinese.
Tornare dopo qualche mese significa trovare un luogo leggermente diverso.
È forse proprio questa continua trasformazione a rendere Haus Schwarzenberg così particolare: non è un museo dell’underground berlinese. È ancora underground.
Il primo cortile e il volto di Anna Frank
Superato l’androne si entra nel primo cortile. Sulla destra, accanto all’ingresso dell’Anne Frank Zentrum, appare il grande volto di Anna Frank, realizzato dall’artista australiano Jimmy C attraverso una fitta trama di piccoli punti di colore.
Il ritratto emerge dal muro con una forza quasi magnetica. È un’immagine che sembra appartenere perfettamente a questo luogo: arte di strada e memoria storica convivono sulla stessa parete, senza che l’una cancelli l’altra.
Accanto al murale, l’ingresso dell’Anne Frank Zentrum ricorda che questo cortile non è soltanto uno spazio dedicato alla creatività alternativa, ma anche un luogo profondamente legato alla memoria del Novecento.
E questa è una delle caratteristiche più sorprendenti di Haus Schwarzenberg: la storia non è esposta dietro una teca. È ancora sulle pareti.
Prima dell’underground, la guerra
Per capire davvero questo luogo bisogna però tornare indietro di molti decenni.
Durante il nazismo, nell’edificio funzionava la Blindenwerkstatt Otto Weidt, l’officina di Otto Weidt.
Weidt era gravemente ipovedente e produceva spazzole e scope. In un periodo in cui essere ebrei significava essere perseguitati, deportati e uccisi, trasformò la propria attività in una forma di protezione per alcuni dei suoi lavoratori.
Impiegò numerosi lavoratori ebrei, tra cui persone cieche, sorde e con altre disabilità, e cercò di convincere le autorità naziste che quelle persone fossero indispensabili alla produzione.
Quando alcuni dei suoi dipendenti venivano arrestati, cercava di intervenire per salvarli, arrivando anche a corrompere funzionari della Gestapo. Nell’edificio nascose inoltre alcune persone in un piccolo rifugio segreto.
La storia di Weidt è oggi raccontata nel Museum Blindenwerkstatt Otto Weidt, all’interno dello stesso complesso.
È un dettaglio che cambia completamente il modo di guardare Haus Schwarzenberg.
Prima di essere un simbolo della Berlino alternativa, questo edificio era stato un luogo di resistenza e di sopravvivenza.
Dalla DDR all’abbandono
Dopo la guerra arrivò la divisione della città.
Durante il periodo della DDR, il complesso si trovò nella Berlino Est e parti dell’edificio furono utilizzate dalla DEFA, la società cinematografica statale della Germania Est, come uffici e laboratori.
Con il passare degli anni, però, il complesso perse progressivamente importanza e finì in uno stato di forte degrado.
Nel cuore di una Berlino Est ormai trasformata, Haus Schwarzenberg sembrava destinata a scomparire.
Poi arrivò il 1995.
I Dead Chickens e la rinascita
Pochi anni dopo la caduta del Muro, un gruppo di artisti e attivisti legato al collettivo Dead Chickens entrò nell’edificio allora vuoto e in forte degrado.
Non volevano trasformarlo in un altro complesso commerciale: volevano mantenerlo vivo.
Da quella esperienza nacque la nuova identità di Haus Schwarzenberg. Nel 1995 venne fondato Schwarzenberg e.V., che prese in affitto il complesso e iniziò a trasformarlo in uno spazio per atelier, laboratori, spazi espositivi, associazioni, arte sperimentale e cultura underground.
Il complesso divenne uno dei luoghi in cui la Berlino post-Muro poteva ancora sperimentare senza doversi adeguare alle regole della città che cambiava rapidamente.
Anche il nome raccontava un’idea di libertà: “Schwarzenberg” era ispirato al romanzo Schwarzenberg di Stefan Heym, ambientato nella regione dell’Erzgebirge, dove alla fine della Seconda guerra mondiale si era creato per alcune settimane un particolare vuoto di potere.
Tra gli spazi nati in questo ambiente c’è anche il surreale Monsterkabinett, un universo sotterraneo popolato da creature meccaniche e sculture semoventi.
È difficile immaginare qualcosa di più berlinese.
Il Kino Central
Continuando ad attraversare i cortili si arriva infine al Kino Central.
Non è un cinema che cerca di impressionare con una grande facciata o con interni patinati. Al contrario, sembra quasi essersi nascosto dentro Haus Schwarzenberg.
La vera esperienza comincia ancora una volta sulle scale.
La ringhiera, le pareti e gli spazi intorno sono ricoperti di adesivi, scritte e manifesti, creando una specie di corridoio sotterraneo che conduce verso le sale.
Salire quelle scale significa attraversare fisicamente la storia del luogo: dagli sticker contemporanei alla memoria della DDR, dall’arte dei Dead Chickens alla storia di Otto Weidt.
E proprio questa sovrapposizione rende il Kino Central diverso da qualsiasi cinema tradizionale.
Qui il film comincia prima ancora di entrare in sala.
Un’isola che Berlino non ha ancora cancellato
Oggi Mitte è una delle zone più turistiche e costose di Berlino. A pochi passi da Haus Schwarzenberg, gli Hackesche Höfe raccontano ormai una versione molto più elegante e commerciale della capitale.
Eppure basta attraversare un portone per trovare qualcosa di completamente diverso.
Haus Schwarzenberg è sporca, rumorosa, caotica, piena di adesivi e apparentemente fuori dal tempo.
Ma forse è proprio questo il suo valore.
In una città che ha visto trasformarsi radicalmente interi quartieri, questo cortile ha conservato il diritto di essere imperfetto.
I muri continuano a cambiare. Gli sticker vengono sostituiti. I graffiti si sovrappongono. Gli artisti continuano a lavorare. Il cinema continua a proiettare film.
E sotto tutto questo rimane la memoria di ciò che è accaduto prima.
Guerra, nazismo, DDR, caduta del Muro, punk, arte e cinema convivono nello stesso indirizzo.
Per questo Haus Schwarzenberg non è semplicemente un posto da visitare: è una delle rare parti di Berlino in cui la storia non è ancora stata ripulita per diventare decorazione.
Testo di Elisabetta Riva, foto di Alessandra Riva – copyright © 2026 tutti i diritti riservati