INTERVISTA AD ANDREA LANGHI

Andrea Langhi è uno dei più importanti architetti italiani e tra i massimi interpreti del design per l’ospitalità. La sua visione “Design = Marketing” ha trasformato bar, ristoranti e hotel in veri strumenti d business, capaci di generare identità, valore e fatturato. Langhi vanta un’esperienza trentennale nella progettazione di oltre 600 locali pubblici, nonché interventi di design residenziale e industriale. Tra i suoi progetti iconici vanno ricordati: The Plein Hotel, Byblos Milano, El Carnicero (Milano e Ibiza), Terrazza Duomo 21 e Verso a Milano, Sali&Tabacchi a Reggio Emilia, Setai a Bergamo. Nel 2019 è stato premiato con il FoodCommunity Award come Best Practice Restaurant Design. Il prossimo 26 settembre Andrea Langhi sarà protagonista a BOLD – Bologna Live Design, con un workshop e un talk. Ecco la nostra intervista esclusiva.

La potremo ascoltare in due appuntamenti diversi il prossimo 26 settembre a BOLD, Bologna Live Design: cosa accadrà tra Workshop e Talk?

Il workshop sarà molto pratico: prenderemo un’idea dal concept all’esecuzione, lavorando sui pilastri fondamentali – target, investimento, identità – esattamente come faccio ogni giorno con i miei clienti. Nel talk invece condividerò case study reali, progetti che hanno letteralmente trasformato le sorti di un locale. Il mio obiettivo è dimostrare che il design strategico non è un costo, ma un moltiplicatore di fatturato.

La missione di BOLD è quella di trasformare il design da disciplina estetica a strumento di cambiamento sociale e culturale. Lei cosa ne pensa?
Sono totalmente d’accordo. Il design è un linguaggio potentissimo: può modificare i comportamenti, creare comunità, rigenerare quartieri. Un bar può diventare il cuore pulsante di un territorio, un hotel può trasformarsi in landmark culturale. Non parliamo di estetica fine a sé stessa, ma di un vero e proprio attivatore sociale. Ho visto con i miei occhi zone degradate rinascere grazie a locali ben progettati.

Quando è nato il suo amore per l’architettura e il design?
Potrei raccontare la classica storia del bambino che disegnava casette, ma la verità è più complessa. Mi sono innamorato del design come linguaggio narrativo: la possibilità di costruire spazi che raccontano storie, che emozionano, che creano connessioni. La svolta è arrivata quando ho incontrato i miei primi imprenditori: ho capito che dietro ogni progetto c’è un business, una visione, un rischio. È lì che il design è diventato per me una strategia.

“L’interior design è marketing”: cosa significa?
Significa che ogni scelta progettuale deve avere un obiettivo commerciale preciso. Quando un imprenditore investe nel design del suo locale, non sta comprando bellezza: sta comprando un strumento per attrarre clienti, comunicare identità, generare fatturato. Il design funziona come marketing perché parla direttamente alle emozioni delle persone, le convince a entrare, a restare, a tornare. È psicologia applicata agli spazi.

Autogrill 1958 Lainate Villoresi Ovest
Autogrill 1958

Locali belli vs locali di successo: qual è la differenza?
Un locale bello può rimanere vuoto. Un locale di successo è quello dove le persone fanno la fila, scattano foto, raccontano ad altri della loro esperienza. La differenza sta nell’approccio: io non decoro locali, progetto macchine per fare business. La bellezza deve essere funzionale al successo, non fine a sé stessa.

Come combina funzionalità e bellezza?
È una questione di equilibrio tra due mondi: da una parte il team che ci lavora, che ha bisogno di efficienza e praticità per performare al meglio. Dall’altra i clienti, che cercano emozioni, atmosfera, un’esperienza che li faccia sentire speciali. Il mio compito è far dialogare questi due universi, creando spazi che funzionano perfettamente per entrambi.

Come nasce e si sviluppa un progetto?
Parto sempre da dati concreti: location, target, budget. Poi sviluppo un concept che sia coerente con questi parametri. Quando un cliente mi dà carta bianca, è perché ho dimostrato che il mio approccio può moltiplicare i suoi ricavi. Non è questione di fiducia cieca, ma di risultati misurabili.

Qual è il primo elemento da considerare?
L’identità. Senza un’identità chiara – chi sei, cosa rappresenti, perché dovrei scegliere te – ogni investimento è a rischio. È il DNA del progetto, ciò che guida ogni singola scelta estetica e funzionale.

Differenza tra locale nuovo e restyling?
Nel nuovo costruisci da zero la personalità del locale. Nel restyling devi essere chirurgico: analizzare cosa funziona e valorizzarlo, eliminare ciò che non serve, inserire solo elementi strategici per il rilancio. È come rinnovare un guardaroba: tieni i pezzi iconici, aggiungi il giusto twist contemporaneo.

Cosa non sopporta vedere in un locale?
L’incoerenza. Un design straordinario rovinato da un servizio scadente, o un menu banale in un’atmosfera ricercata. È come un’orchestra con strumenti scordati: ogni elemento deve suonare in armonia con gli altri.

Come si progetta un ristorante stellato?
Serve coerenza assoluta tra chef, concept e spazio. Il design deve esaltare l’esperienza culinaria, non rubarle la scena. Con VERSO Milano, ristorante 2 stelle Michelin dei Fratelli Capitaneo, abbiamo rivoluzionato il formato: i clienti mangiano intorno al perimetro della cucina, che diventa essa stessa il teatro dell’esperienza. La cucina è il locale, il locale è la cucina. Gli chef diventano performer, la preparazione diventa spettacolo.

VERSO Milano
VERSO Milano

Perché utilizza spesso gli specchi?
Sono un acceleratore di energia: amplificano lo spazio, moltiplicano le presenze, rendono ogni cliente protagonista della scena. E sono irresistibili per i selfie, trasformando ogni ospite in un ambassador involontario sui social.

Qual è la richiesta più frequente e quella più strana?
La più frequente: “Voglio un locale bello”. La mia risposta è sempre: “Il locale più bello è quello che funziona!” La più strana: “Vorrei uno spazio trasformabile, caffetteria di giorno e ristorante di sera, che cambi completamente atmosfera e arredamento”. E l’abbiamo realizzato!

Progetto che più la rappresenta?
Distinguo tra i locali che progetto e quelli che frequento. Tutti i miei progetti rappresentano la mia filosofia: identità forte, strategia commerciale, esperienza memorabile. Quelli che frequento personalmente sono probabilmente i più “tranquilli”, meno “instagrammabili” – segno che sto invecchiando!

L’esperienza con Philipp Plein?
Lavorare con un altro creativo, soprattutto un vulcano di idee come Plein, può creare un cortocircuito di creatività. Ho scelto di assumere il ruolo di “direttore creativo”: non creare il brand, ma interpretarlo e adattarlo alle logiche dell’ospitalità senza snaturarlo. Due anni intensissimi, una palestra di creatività che ha prodotto risultati straordinari. Come sempre, si tratta di preservare e valorizzare l’identità del brand.

Fonti di ispirazione?
Viaggi, musei, ma soprattutto le persone. Studio come si muovono negli spazi, cosa fotografano, dove si fermano, cosa le attrae. Il design nasce dall’osservazione dei comportamenti umani.

Come sono cambiati i locali negli ultimi anni?
Come dico sempre: “Le persone vanno nei locali per tre motivi immutabili: bere, mangiare, divertirsi. Quello che evolve è il come lo fanno.” Oggi ogni spazio deve offrire un’esperienza multisensoriale – luci, suoni, materiali tattili – e sempre più spesso ibrida: bar che diventano coworking, ristoranti che si trasformano in club.

Tendenze attuali?
Format più compatti ma intensi, personalizzazione estrema, sostenibilità concreta – non solo ambientale ma economica. L’efficienza è diventata sexy.

Consiglio a un giovane architetto?
Studia business, non solo design. Impara a parlare la lingua degli imprenditori, a leggere un conto economico. E soprattutto: ascolta il cliente. Dietro ogni progetto c’è un essere umano che sta rischiando il proprio capitale.

Philipp's, Milano
Philipp's, Milano

Italia vs estero?
L’Italia ha una sensibilità estetica superiore ma poca propensione al rischio. All’estero trovo più coraggio, più capitale per sperimentare, più apertura all’innovazione.

Rapporto con l’AI?
L’AI accelera i processi creativi, ma la visione deve rimanere umana. L’intelligenza artificiale genera opzioni, l’architetto decide. È uno strumento potentissimo, ma sempre al servizio dell’intuizione umana.

Come immagina gli spazi del futuro?
Tutto sarà più flessibile e immersivo. Locali che si trasformano in base all’ora del giorno, al target presente, alle esigenze specifiche. Spazi camaleontici che vivono multiple vite.

“Non deve essere figo, deve far sentire figa la persona”: cosa intende?
È uno dei miei mantra. Le persone non cercano locali fighi, cercano posti dove sentirsi fighi. Dove risuonare con l’ambiente, riconoscersi negli altri clienti, sentirsi a proprio agio. Alcuni si sentono speciali in un cocktail bar ricercato, altri in una birreria per motociclisti. Entrambi sono giusti, se progettati per il loro pubblico.

Come si riesce a fare questo lavoro per tanti anni?
Curiosità insaziabile e ossessione per il miglioramento continuo. Ogni progetto è un esperimento, ogni locale un laboratorio. Non smetto mai di imparare.

Parliamo del suo team.
Niente si fa da soli. Collaboratori, designer, architetti, artigiani, fornitori, project manager: senza di loro le idee resterebbero su carta. Il successo è sempre corale.

Se non avesse fatto l’architetto?
Mi sarebbe piaciuto fare lo scrittore. Sempre per raccontare storie, ma con le parole invece che con gli spazi. Magari un giorno ci riuscirò.

Progetto nel cassetto?
Scrivere un manuale su “Come si progetta un locale di successo”. Una specie di manifesto che raccolga tutto quello che ho imparato in 30 anni. Un aiuto per chi vuole intraprendere questa strada. Se fosse esistito quando ho iniziato, lo avrei divorato!

Cosa sta facendo adesso?
Abbiamo sempre diversi progetti in cantiere: restyling di catene note, nuovi concept di intrattenimento, sperimentazioni innovative. Questa varietà ci permette di restare sempre in movimento, di continuare a imparare e soprattutto… di non annoiarci mai!

El Carnicero IBIZA
El Carnicero IBIZA