Alla Chiusura della Biennale 2025: l’Architettura che Torna a Essere Arte

Biennale Architettura 8 Copyright © 2025 Sara Allegrini

A pochi giorni dalla conclusione della Biennale Architettura 2025, la domanda che attraversa i padiglioni è chiara: che cosa abbiamo davvero compreso del nostro tempo? La sensazione più forte è che l’architettura stia vivendo una trasformazione radicale, profonda, quasi antropologica. Non è più soltanto progetto, tecnica o misura dello spazio. Non è più il classico dialogo tra pieni e vuoti, tra struttura e funzione. È diventata una pratica culturale e sensoriale che intreccia natura, tecnologia, materiali ancestrali e intelligenze artificiali. Come spesso accade nella storia, la svolta non è brusca: è una risalita alle origini per spingersi più lontano.

La Biennale restituisce con chiarezza questa tensione. L’architettura torna a essere un linguaggio vivo, capace di interpretare il nostro tempo e di inventarne uno nuovo. La natura è la grande maestra che ritorna al centro: le sue logiche di equilibrio, la capacità di generare forme semplici e complesse allo stesso tempo, la sua continuità nel trasformarsi pur restando sé stessa. L’intelligenza artificiale non sostituisce questa sapienza: la analizza, la traduce, la rielabora in geometrie, strutture, modelli. È un ritorno che non ha nulla di nostalgico; è un ritorno fondativo. Come ha scritto un architetto esposto in mostra: “Il futuro è un modo nuovo di abitare l’antico.”

In questo dialogo ritrovato, la materia si impone con una autorevolezza quasi rituale. Il travertino, pietra nativa italiana, ritorna protagonista come memoria fisica dei templi romani e delle nostre radici. I laterizi tondi, con la loro vocazione a curve e archi, riaffiorano come elementi di un sapere antico che la ricerca biomorfica contemporanea ha riportato in vita. La materia, con la sua imperfezione controllata e la sua presenza fisica, riconquista il centro: non ornamento, ma significato.

Eppure questa riscoperta non è un rifiuto del presente. Al contrario, lo abbraccia. Le ceramiche dialogano con tecniche digitali, la plastica rigenerata diventa pelle di nuove architetture, le alghe marine – un tempo usate a Venezia per proteggere le ceramiche durante il trasporto – tornano come alternativa sostenibile al polistirolo. Stampanti 3D e robot modellano superfici intelligenti, capaci di reagire alla luce, al calore, al movimento. Ciò che è ancestrale e ciò che è futuribile condividono la stessa grammatica progettuale.

Sul fronte dei materiali emergenti, la Biennale apre visioni inedite. I fricks, mattoni ottenuti dai residui di cantiere, diventano simbolo di un nuovo paradigma ambientale. I batteri in grado di costruire pietre inaugurano l’era dei materiali viventi. Vetri contenenti acqua regolano naturalmente la temperatura interna. Batterie senza litio promettono prestazioni elevate senza impatti devastanti. E poi il cemento al grafene, silenzioso ma centrale: più resistente, più leggero, più reattivo. Pareti che non solo sostengono, ma riscaldano, raffreddano, trasportano energia. La materia stessa diventa infrastruttura.

Nel frattempo, la città cambia volto. Riemerge la lezione di William White: gli spazi pubblici sono sempre più corridoi di passaggio, meno luoghi di incontro. In questo paesaggio compaiono i robot sociali, nuovi abitanti capaci di dialogo, che introducono un’estetica inedita dell’interazione quotidiana. Non sappiamo se siano più profonde le loro risposte o le nostre domande, ma il fenomeno è già parte del paesaggio urbano.

Il cantiere, a sua volta, si trasforma. Gli appartamenti vengono progettati come moduli Lego, riconfigurabili. I lidar leggono flussi, gesti, micro-comportamenti. Le analisi ambientali diventano parte integrante della costruzione. E il suono entra finalmente a pieno titolo nell’architettura: pareti audio creano ambienti immersivi, vibrazioni e frequenze modellano la percezione dello spazio, aprendo a una nuova estetica polisensoriale.

La ricerca dedicata allo spazio porta tutto all’estremo. Immaginare un milione di persone su Marte non è un esercizio fantascientifico: è un compito architettonico. Significa costruire habitat nei crateri sommersi, usare l’acqua come scudo naturale dalle radiazioni, stampare moduli direttamente sul suolo marziano, creare sistemi di autonomia energetica. L’architettura diventa condizione della vita.

In questo intreccio di natura, algoritmo, memoria e invenzione, emerge un elemento essenziale: la bellezza. Non la bellezza decorativa, ma quella strutturale, che dà senso e direzione. L’architettura torna arte non perché si veste di ornamento, ma perché restituisce alla materia la capacità di pensare e allo spazio la capacità di raccontare chi siamo – e chi potremmo diventare.

La Biennale 2025 non offre una risposta definitiva. Offre un nuovo orizzonte. La possibilità di immaginare un mondo che impari dalla natura, dialoghi con le macchine, ascolti il suono, abbracci la vibrazione, e riconosca nella bellezza non un lusso, ma una necessità.

di Gianluca Piroli