Il Guggenheim di Venezia come non l’avete mai visto

Cronaca semi-delirante di una visita tra vivi, morti e ultracreature dell’arte

Entrare al Guggenheim di Venezia non è come entrare in un museo: è infilarsi nella mente di Peggy, e Peggy non dorme mai. Nemmeno adesso che è sotto terra, accanto ai suoi cani. È tutto vero. Peggy è là, distesa nella terra veneziana come una regina beat generosa e un po’ incazzata, e attorno a lei una sfilza di amici a quattro zampe che sembrano guardiani mitologici: Babies, Sirikit, Hong Kong, Pegeen. Nomi che potresti dare ai personaggi di un romanzo di Burroughs e invece sono cani, piccoli custodi del tempio.

Il Guggenheim non è un museo: è una cripta piena di vivi. E i morti, i morti veri, sono talmente presenti che non dormono. Mai.

Picasso, ad esempio, non è affatto morto. È appollaiato in ogni stanza come un vecchio signore spagnolo che vuole farsi notare. Quando gli passi davanti, hai quasi l’impressione che ti stia dicendo: “Sì, lo so che mi guardi, che vuoi capire, che vuoi entrare dentro questo triangolo che è anche una donna che è anche un cavallo che è anche il mio ego”.

Max Ernst invece sta lì con una calma da psiconauta. Un uomo che ha visto troppo, dipinto troppo, amato troppo. Uno che ti scruta da dietro le forme, da dietro i collage, come se stesse ancora cercando nuove porte dimensionali da attraversare. Kandinsky fa l’opposto: lui non ti guarda, ti vibra addosso. Entra nelle ossa, ti scatena micro-sinfonie nelle cellule. È pittura che non vuole piacere: vuole orbitare.

E poi c’è Pollock. Il caro amico Pollock, quello che sembra sempre sul punto di arrivare da un momento all’altro, grondante di vernice come un marinaio grondante di mare. Il drip painting è così vivo che a volte pare che si muova. Che sanguini. Che respiri. Come se Pollock fosse rimasto incastrato nel quadro nel momento stesso in cui la vernice ha toccato il pavimento dello studio.

Ma il museo si concede anche momenti di pura, squisita, imperfetta follia mediterranea. Prendi Lucio Fontana, ad esempio. Tutti lo conoscono come quello dei tagli. Concetto Spaziale. Attesa. Attese. Quell’idea che dietro la tela non c’è il vuoto, ma un’altra dimensione. Ma qui, alla Guggenheim, trovi anche il Fontana ceramista, quello che impasta, che sporca, che plasma. Quello che fa nascere forme che sembrano create da un dio bambino con un colpo di genio e un colpo di mano.

E proprio quando pensi che la visita si stia stabilizzando, ecco che spunta il coccodrillo. Un coccodrillo vero? No. Ma sembra più vero del vero, con quella superficie che pare un tie-dye psichedelico, la stessa vibrazione che ti ricorda quel lavoro in pelle che facesti anni fa, quando la materia sembrava prender vita appena la toccavi. È lì, appeso, impagliato o forse sospeso in un’altra dimensione, e ti guarda come se fosse lui il visitatore e tu l’opera.

Poi c’è l’edera gialla, quella creatura vegetale né morta né viva, un ibrido che sembra voler inghiottire l’architettura con la pazienza dei secoli. Una pianta che non vuole decorare, ma invadere. Una che sa cosa significa la parola “permanenza” meglio di molti architetti star.

E infine lui: il Cavaliere. Il più simpatico di tutti. Non sai perché. Forse perché sembra uscito da un film mai girato, forse per quell’aria da fantasma cortese che rimane a proteggere Peggy e il suo strano corteo. C’è qualcosa di ironico e affettuoso in quel cavaliere. Quasi una presenza che ti dice: “Benvenuto nella casa dei vivi-morti. Qui tutto respira. Anche quello che non dovrebbe”.

Il Guggenheim non è un museo: è un limbo abitato da spiriti che non vogliono andarsene e da opere convinte di essere persone. È un luogo in cui l’arte non si contempla: ti afferra per i polsi, ti scuote, ti chiede delle cose. È un mausoleo animato, un acquario di geni, un condominio di eternità interrotte.

Esci da lì sopraffatto, felice, leggermente disturbato, come quando lasci una festa dove hai parlato troppo con persone che non conoscevi ma che giurano di averti sempre conosciuto. E mentre Venezia ricomincia a scorrerti attorno, capisci una cosa: al Guggenheim non hai solo visto delle opere. Hai visitato una sottile, fragorosa, irresistibile vita dopo la vita.