Inaugura oggi, e resta aperta fino all’8 febbraio, a Palazzo da Mosto, Opus in fieri: una doppia personale che più che una mostra sembra un cantiere mentale aperto, condiviso, ancora caldo. Protagonisti due artisti reggiani di generazioni diverse, Federico Branchetti e Fabio Iemmi, messi in dialogo dalla Fondazione Palazzo Magnani sotto la cura lucida e chirurgica di Greta Martina.
Federico Branchetti (Reggio Emilia, 1994) occupa le prime due sale del piano terra con Liminale, un progetto che vive esattamente sulla soglia: tra forma e collasso, tra gesto e resistenza della materia. Le opere sono tutte inedite, nate apposta per questo contesto, come se il museo fosse stato usato non come vetrina ma come officina. Il colpo d’occhio è dominato dalla grande scultura in argilla cruda L’Uomo del Fiume II, modellata direttamente negli spazi espositivi: una presenza che pesa, che grava, che sembra trattenere il respiro insieme alle pareti.
Accanto, i Disegni simultanei: fogli attraversati da segni continui, compulsivi, realizzati durante viaggi in treno o in auto, senza mai staccare la mano, per tutta la durata del tragitto. Non disegni “di”, ma disegni “durante”. Tracce temporali più che immagini, come sismografi dell’esperienza in movimento.
Nella poetica di Branchetti il disegno, la plastica, il modellato del corpo umano non sono esercizi di stile, ma strumenti per smontare la grammatica stessa della scultura. La gravità non è un concetto astratto: è una forza che tira giù i volumi, che li fa cedere. Il peso non è simbolico: affonda, schiaccia, obbliga la forma a negoziare con lo spazio. La tensione fra masse e vuoti, fra equilibrio e crollo, è il vero campo di battaglia del suo lavoro.
E poi c’è un dato che spiega tutto, anche se non compare nei comunicati: Federico Branchetti è un uomo da fonderia. Uno che conosce il metallo quando è liquido, il calore che non perdona, il tempo giusto per intervenire e quello per aspettare. Questa esperienza non è un dettaglio biografico, è un’impronta strutturale. Anche quando lavora l’argilla o il segno, Branchetti pensa come chi sa che la materia ha memoria, che oppone resistenza, che se sbagli non ti avvisa due volte. La sua arte nasce lì, nel punto in cui il fare è fisico, rischioso, irreversibile.
Liminale non racconta una storia, non cerca consolazione. Sta in bilico. Vibra. Come un corpo appena emerso dal fiume o come un getto di metallo prima che si solidifichi. Un’opera in fieri, appunto. E non potrebbe chiamarsi in altro modo.
Il progetto di Fabio Iemmi (Montecchio, 1952) non si limita a occupare le ultime due sale del piano terra: le colonizza, le contagia, le mette in vibrazione. Metacantieri – Vibrazioni sonore della materia è un campo aperto, un territorio instabile dove la materia smette di stare buona e comincia a parlare. Anzi, a risuonare.
Alle pareti si sussegue una sequenza di opere materiche, alcune inedite, dense come superfici archeologiche appena portate alla luce. Al centro, o meglio nel sistema nervoso del progetto, l’installazione Codici: opere tessili costruite su catene Gobelin e jacquard, dove lana, lino e lurex non sono decorazione ma linguaggio, e i titoli stessi diventano corpo, intrecciati come segnali cifrati.
La ricerca di Iemmi non accarezza la materia: la interroga. La sfida. La espone. Madreperla, inerti da pietre semipreziose, polveri metalliche, terre naturali, intonaco, carta giapponese, lacche: un arsenale che sembra uscito da un cantiere rinascimentale passato per un laboratorio alchemico. Sono materiali che appartengono alla pelle dell’architettura, ai suoi strati più intimi, e che qui vengono riscritti in chiave contemporanea attraverso gesti antichi e radicali: pittura su muro, graffito, strappo.
Queste non sono opere finite, rassicuranti, da contemplare in silenzio. Sono organismi instabili. Vivono, cambiano, degenerano. Si ossidano, si trasformano, tradiscono l’idea stessa di controllo. Dopo la loro nascita continuano a mutare, come se l’artista avesse solo dato il via a un processo che poi decide da solo dove andare.
Iemmi lavora nel punto esatto in cui la materia smette di essere oggetto e diventa evento. Un metacantiere, appunto: non il luogo dove si costruisce qualcosa, ma quello in cui tutto è ancora possibile. E pericolosamente vero.
Gianluca Piroli

Opening today and running until February 8 at Palazzo da Mosto, Opus in fieri is a double solo exhibition that feels less like a show and more like an open, shared, still-warm mental construction site. Two artists from Reggio Emilia, from different generations, Federico Branchetti and Fabio Iemmi, are brought into dialogue by Fondazione Palazzo Magnani under the lucid and surgical curatorship of Greta Martina.
Federico Branchetti (Reggio Emilia, 1994) occupies the first two rooms on the ground floor with Liminale, a project that lives precisely on the threshold, between form and collapse, between gesture and the resistance of matter. All the works are new, conceived specifically for this context, as if the museum were used not as a showcase but as a workshop. The visual focus is dominated by the large raw clay sculpture L’Uomo del Fiume II, modelled directly in the exhibition space, a heavy, breathing presence that seems to hold the walls in tension.
Alongside it are the Disegni simultanei, sheets crossed by continuous, compulsive marks, made while travelling by train or car, without ever lifting the hand for the entire duration of the journey. Not drawings “of”, but drawings “during”. Temporal traces rather than images, like seismographs of a moving experience.
In Branchetti’s poetics, drawing, modelling and the human body are not stylistic exercises, but tools to dismantle the very grammar of sculpture. Gravity is not an abstract idea, it is a force that pulls volumes down and makes them yield. Weight is not symbolic, it sinks, crushes and forces form to negotiate with space. The tension between masses and voids, between balance and collapse, is the real battlefield of his work.
There is also a fact that explains everything, even if it does not appear in the press releases: Federico Branchetti is a foundry man. Someone who knows metal when it is liquid, the unforgiving heat, the right moment to intervene and the right moment to wait. This is not a biographical detail, it is a structural imprint. Even when working with clay or drawing, Branchetti thinks like someone who knows that matter has memory, that it resists, and that mistakes are irreversible. His art is born where making is physical, risky and definitive.
Liminale does not tell a story and does not seek consolation. It balances. It vibrates. Like a body just emerged from a river or like molten metal before it solidifies. A work in fieri, indeed.
Fabio Iemmi’s project (Montecchio, 1952) does not simply occupy the last two rooms on the ground floor, it colonises them, infects them, sets them vibrating. Metacantieri – Vibrazioni sonore della materia is an open field, an unstable territory where matter stops behaving and begins to speak, or rather, to resonate.
On the walls unfolds a sequence of material works, some unpublished, dense like archaeological surfaces just brought to light. At the centre, the nervous system of the project, the installation Codici, textile works built on Gobelin and jacquard looms, where wool, linen and lurex are not decoration but language, and the titles themselves become woven bodies, encrypted signals.
Iemmi does not caress matter, he interrogates it. Mother-of-pearl, semi-precious stone aggregates, metal powders, natural earths, plaster, Japanese paper, lacquers form an arsenal that seems to come from a Renaissance building site crossed with an alchemical laboratory. These are the materials of architecture’s skin, rewritten here through ancient and radical gestures such as wall painting, graffito and tearing.
These are not reassuring finished works. They are unstable organisms. They live, change and degenerate. They oxidise, transform and betray the very idea of control. After their birth they continue to evolve, as if the artist had only set a process in motion and then let it decide its own direction.
Iemmi works exactly where matter stops being an object and becomes an event. A metacantiere, not a place where something is built, but where everything is still possible, and dangerously real.
Gianluca Piroli





